Un' intervista ai colleghi (di Angela
Barchielli)
Anno 1999
Tutti dimostrano di essere ben orientati a una conduzione educativa
che tiene conto della globalità della persona proponendole attività
ed esperienze capaci di stimolare la crescita individuale e
perciò nuove abilità allo scambio. A questo proposito Simona
De Alberti afferma che il "il pedagogista clinico deve aiutare
il soggetto ad arricchire e utilizzare le potenzialità che gli
sono proprie, ma che in alcuni momenti di vita non riesce pienamente
a sfruttare . Anche per Domenico Nardella si deve intervenire
‘non solo sulla difficoltà manifestata, ma soprattutto sulla
globalità dell’individuo, trasmettendogli fiducia, incoraggiamento
e positività". Tutti affermano che la formazione professionale
di base ha dato a ciascuno strumenti e modalità idonee per avviarsi
a un’attività professionale che in poco tempo ha portato all’impegno
su più fronti ed "è sicuramente un punto di partenza verso competenze
e abilità maggiori" (Maria Fiore). "Gli strumenti e la formazione
acquisiti sono estremamente validi e capaci di tornire una sicurezza
professionale che si consolida nel tempo" (Anna La Mattina),
grazie anche a un aggiornamento continuo. Domenico Nardella
in proposito è ancor più esplicito, quando dice " la formazione
acquisita mi ha donato l’opportunità di definire concretamente,
professionalmente e operativamente, la figura e il campo di
intervento del pedagogista clinico grazie a un itinerario formativo
non solo teorico, ma anche, soprattutto, pratico". Il pedagogista
clinico svolge la sua attività in collaborazione con tutti gli
altri specialisti per garantire un processo educativo capace
di attenzione totale e di risposta a ogni soggetto. Per ulteriori
notizie sulle esperienze professionali dei pedagogisti clinici
consultare le relazioni presentate da questi specialisti al
Congresso nazionale ANPEC-ISFAR del febbraio 2001.