In questa sede abbiamo avuto
modo di delinearne, se pur brevemente, gli atti di operare sul
campo, su commissione di privati e per conto delle istituzioni
sociali (ma nell'incontro odierno, a seguire dopo questa mia
apertura dei lavori, questo pubblico attento e colto avrà modo
di approfondire le conoscenze sulle nuove collaborazioni, grazie
alle interessanti relazioni di programma). E' necessario, tuttavia,
precisare che la presenza dei pedagogisti clinici non può restare
ancorata solo all'interesse delle parti: in moltissime circostanze
essa deve essere, come ho già detto, fortemente e appassionatamente
voluta dalle istituzioni presenti sul territorio, per dare tono
di ufficialità pubblica agli interventi che i pedagogisti clinici
realizzano sia con soggetti in difficoltà, sia con soggetti
portatori di rinnovate esigenze sulla qualità della vita.
A giudicare da tutta l'organizzazione dell'officium di formazione,
non è irrazionale esprimere l'importanza del lavoro produttivo
dei pedagogisti clnici, poiché si configura socialmente idoneo
a dare impiego e visibilità a colui che lo esercita, ma soprattutto
ai fini dell'importanza del prodotto, di certo migliorativo
per la singola persona - fanciullo, giovane o adulto che sia
- , ma anche per una società civile che, pur nella complessità,
non smarrisce la consapevolezza del valore di un lavoro che
si compie per ripristinare gli equilibri pro-sociali ed emotivo-relazionali
dei cittadini. Credo che l'incontro di oggi sia potenzialmente
di forte impatto, poiché utilmente contribuisce a far sì che
la presenza del pedagogista clinico nelle istituzioni cessi
di continuare ad essere un complesso a due velocità: quella
del Nord e quella del Sud e pertanto non può in alcun modo affievolirsi
il fattivo impegno per procedere nella direzione giusta. Auspico
che la giornata di oggi possa rivelarsi molto fruttuosa e che
la presenza dei pedagogisti clinici nelle istituzioni sociali
venga saggiamente affrontata da una politica motivata a che
il nostro Paese recuperi, anche su questo versante, la distanza
che lo separa da quelli più attenti e sensibili al benessere
dei cittadini.
(Relazione presentata in occasione del Seminario tenuto in
Roccalumera-Messina il 24 ottobre 2009)
La Pedagogia Clinica quale
disciplina del Nuovo Umanesimo di Nicola Corrado
Nel 1786 Johann Wolfgang
von Goethe fuggì letteralmente da Weimar sotto falso nome per
recarsi in Italia, perché ormai non era più contento di sé.
Né della sua vita sentimentale né della sua attività professionale,
entrambe ridottesi ad una sorta di stagnazione emozionale per
mancanza di stimoli, malgrado la grande creatività di cui era
naturalmente dotato. Fuggiva in Italia, che egli riteneva -
sulla base dei suggestivi racconti del padre e del mito imperante
della classicità del sud presso gli stranieri in generale ma
nei tedeschi in particolare - la patria della bellezza e della
vitalità emotiva e intellettuale. L'Italia anche quale meta
a cui spingeva in quegli anni la Sehnsucht, la "malattia del
desiderare" dei giovani intellettuali tedeschi, tutti un po'
Wanderer, viandanti nello spirito, come il loro giovane idolo.
Il paesaggio mediterraneo e le testimonianze del glorioso passato
di questa regione del mondo rappresentavano nella mente del
giovane Goethe il luogo ideale per realizzare le sue aspirazioni
più profonde e attualizzare le sue potenzialità.