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Integrazioni Pag. 2
Apprendere dallo scolaro significa sapere esplorare e interpretare ogni suo repertorio semiotico, ogni produzione segnica, leggere il barometro delle abilità e disponibilità, comprendere lo spelling delle sue emozioni e feeling. Certo non è più possibile muoversi con i criteri propri del passato; di quel passato - ancora tanto presente - condannato dal Vygotskij, il quale criticava l'opinione comune che l'handicappato fosse un malato su cui intervenire con una pedagogia patologico-terapeutica per risolvere, paradossalmente, con l' "ortopedia psichica" e la "cultura sensoriale" i problemi educativi. Il soggetto il cui sviluppo è aggravato da deficit è solo un bambino sviluppato in modo diverso e sul quale grava in particolare la "degradazione della posizione sociale", l' "anormalità sociale".
Non è quindi il deficit in se stesso a decidere le sorti della personalità, ma le sue conseguenze sociali e la sua realizzazione socio-psicologica; ogni azione che si avvale dell'ammaestramento, così come ogni concezione puramente aritmetica dell'insufficienza, sono testimonianza di "anarchia pedagogica". Questi presupposti portano a riflettere sulla banalità dell'utilizzo delle schede e di ogni altro materiale che costringe il soggetto a stare seduto davanti al suo banco a "fare", a ripetere ciò che non sa fare, realizzando così non l'apprendere, bensì una continua e costante destrutturazione della propria personalità, riconfermando a se stesso (se ce ne fosse bisogno!) la propria inadeguatezza. Per realizzare una vera integrazione occorre conoscere la persona a cui ci si rivolge e sulla base delle sue necessità intervenire con tecniche e metodologie adeguate, seguite non con il criterio del fare, ma con il fare nel dare. Limitandoci agli apprendimenti delle materie curriculari abbiamo l'obbligo di considerare che non esiste la disgrafia, ma il disgrafico, e che l'analisi dei disordini e delle cause che inficiano la produzione pitto-grafo-figurativa non può obliare la persona. Il soggetto disgrafico perciò è la persona che presiede al disordine grafico, che ha difficoltà nella produzione e comunicazione segnica espressa in ogni occasione di lasciare traccia, ossia nei vari momenti in cui può intrattenersi ad incidere, dipingere o scrivere. Anche sulla disortografia è necessario fare chiarezza: essa dovrebbe essere richiamata solo per errori di troncamento, elisione, maiuscole e punteggiatura, mentre per disordini di morfologia e sintassi si deve parlare di disgrammatismo! Altrettanto impossibile è oggi legittimare quanti continuano ad utilizzare il termine dislessia anziché difficoltà di lettura, con cui si intende dare risalto ad ogni disordine e potenzialità della persona. L'espressione scrittoria è una comunicazione e noi dobbiamo conoscere il soggetto per comprendere ciò che lo impedisce, lo frena o lo inibisce in questo importante atto. Solo così è possibile individuare per lui i percorsi educativi più adatti. L'impietosa esèquie comprende anche la discalculia, un termine che mette in moto ipotesi operative per un problema niente affatto monoideistico.
 
 
 
 
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