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Epistemologia
Integrazioni
Scientifiche

Un breve, ma necessario, passo indietro nel tempo:
Agli albori degli anni settanta si impose il credo delle cosiddette pedagogie sociali e/o speciali e, a dispetto di chi le ha "ritenute capaci, nella migliore delle ipotesi, di applicare operativamente e settorialmente le deduzioni proposte dalla pedagogia teoretica" (Ivi, 2007) accreditati studiosi dei fatti educativi, nel fronteggiare anche le resistenze delle altre scienze umane, determinarono "una continua sollecitazione a tradurre i principi generali in metodologie appropriate a specifici e mirati interventi educativi" (Ivi, 2007). Se nei paesi d'oltralpe e anche d'oltre oceano spopolavano, com'è noto, gli effetti prodotti dagli studi di molti pedagogisti sugli errori di fondo del pensiero pedagogico classico compiuti sia quando "ha scelto e sceglie" la pedagogia dell'essenza, sia quando "ha scelto e sceglie" la pedagogia dell'esistenza, sia quando cerca di unire questi due principi sulla base delle condizioni storiche e sociali esistenti (Suchodolski,1972, p. 117, in Salomon, op. cit., p. 8), nel Nostro Paese, relativamente a questo, il 1974 è ben rappresentato dal peculiare e ambizioso progetto di autorevoli personalità di raffinata cultura e diversificate sensibilità che, nel riconoscere il legame della pedagogia al sociale, prospettano una visione educativa propensa e incline a cogliere tutti gli aspetti del vivere sociale e le esigenze che da esso promanano; personalità autorevoli che hanno sentito il bisogno di confrontarsi e dialogare, decidendo, in prima battuta di sostituire il termine "ortopedagogista" con quello di "pedagogista clinico" e spianare la strada alla pedagogia clinica, ovvero al "sapere pratico", nel senso di un sapere che non si limita al momento critico-descrittivo della vita dell'uomo e della società, ma al sapere che sa anche orientare l'azione (Ivi, p. 9).
Questo ci dà una rappresentazione abbastanza asettica del particolare clima e dei frequenti dibattiti tra le personalità impegnate a dialogare nella sede del Cenacolo Antiemarginazione di Firenze; dibattiti che vedono dal 1997, ovvero dalla costituzione dell'ANPEC (Ass. Naz. Pedagogisti Clinici) il pedagogista clinico protagonista indiscusso e inoppugnabile e che si nutrono dei suggerimenti e dei contributi di rappresentanti di Enti e Istituzioni Nazionali e Internazionali, ma soprattutto dei contributi culturali dei nomi più belli della pedagogia, anche di quella italiana, impegnata a rigettare il pensiero di chi valuta "la pedagogia alla stessa stregua di una sovrastruttura incapace di reale autonomia rispetto a quelle che sono le scelte politiche, le uniche in grado di determinare reale sviluppo sociale" (Salomon, p. 9). Ebbene, la pedagogia nel suo percorso di affrancamento dall'originale "approccio o esclusivamente critico (razionalità analitica) o meramente applicativo (che non consente di aprirsi alla generalizzazione)" (Ivi, p. 9) può essere accomunata alla pedagogia clinica per una loro comune intrinseca aspirazione a strutturarsi come scienza con un proprio e specifico statuto epistemologico. A tal riguardo non è difficile constatare che anche la pedagogia clinica assume connotati di sistematicità e di scientificità proprio grazie all'ausilio di tutte quelle discipline che hanno per oggetto di analisi l'uomo nella prospettiva dell'educazione che si svolge in contesti formali, ma anche non-formali e informali. Lo studioso di pedagogia clinica, dunque, non si limita a descrivere, ma interpreta gli eventi educativi alla luce di tutti quegli aspetti che specificano la storia del soggetto-utente; in sintesi, la pedagogia clinica individua, come oggetto di analisi e di intervento, realtà educative e bisogni formativi, legge con attenzione e interpreta le attese sociali, convergendo sull'ambizioso progetto del successo formativo.
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