Apprendere dallo scolaro significa
sapere esplorare e interpretare ogni suo repertorio semiotico,
ogni produzione segnica, leggere il barometro delle abilità
e disponibilità, comprendere lo spelling delle sue emozioni
e feeling. Certo non è più possibile muoversi con i criteri
propri del passato; di quel passato - ancora tanto presente
- condannato dal Vygotskij, il quale criticava l'opinione comune
che l'handicappato fosse un malato su cui intervenire con una
pedagogia patologico-terapeutica per risolvere, paradossalmente,
con l' "ortopedia psichica" e la "cultura sensoriale" i problemi
educativi. Il soggetto il cui sviluppo è aggravato da deficit
è solo un bambino sviluppato in modo diverso e sul quale grava
in particolare la "degradazione della posizione sociale", l'
"anormalità sociale".
Non è quindi il deficit in se stesso a decidere le sorti della
personalità, ma le sue conseguenze sociali e la sua realizzazione
socio-psicologica; ogni azione che si avvale dell'ammaestramento,
così come ogni concezione puramente aritmetica dell'insufficienza,
sono testimonianza di "anarchia pedagogica". Questi presupposti
portano a riflettere sulla banalità dell'utilizzo delle schede
e di ogni altro materiale che costringe il soggetto a stare
seduto davanti al suo banco a "fare", a ripetere ciò che non
sa fare, realizzando così non l'apprendere, bensì una continua
e costante destrutturazione della propria personalità, riconfermando
a se stesso (se ce ne fosse bisogno!) la propria inadeguatezza.
Per realizzare una vera integrazione occorre conoscere la persona
a cui ci si rivolge e sulla base delle sue necessità intervenire
con tecniche e metodologie adeguate, seguite non con il criterio
del fare, ma con il fare nel dare. Limitandoci agli apprendimenti
delle materie curriculari abbiamo l'obbligo di considerare che
non esiste la disgrafia, ma il disgrafico, e che l'analisi dei
disordini e delle cause che inficiano la produzione pitto-grafo-figurativa
non può obliare la persona. Il soggetto disgrafico perciò è
la persona che presiede al disordine grafico, che ha difficoltà
nella produzione e comunicazione segnica espressa in ogni occasione
di lasciare traccia, ossia nei vari momenti in cui può intrattenersi
ad incidere, dipingere o scrivere. Anche sulla disortografia
è necessario fare chiarezza: essa dovrebbe essere richiamata
solo per errori di troncamento, elisione, maiuscole e punteggiatura,
mentre per disordini di morfologia e sintassi si deve parlare
di disgrammatismo! Altrettanto impossibile è oggi legittimare
quanti continuano ad utilizzare il termine dislessia anziché
difficoltà di lettura, con cui si intende dare risalto ad ogni
disordine e potenzialità della persona. L'espressione scrittoria
è una comunicazione e noi dobbiamo conoscere il soggetto per
comprendere ciò che lo impedisce, lo frena o lo inibisce in
questo importante atto. Solo così è possibile individuare per
lui i percorsi educativi più adatti. L'impietosa esèquie comprende
anche la discalculia, un termine che mette in moto ipotesi operative
per un problema niente affatto monoideistico.