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Integrazioni Pag. 1
Le istituzioni scolastiche e il progetto di integrazione delle diversità
(Intervento del Prof. Guido Pesci in occasione del congresso tenutosi a Lanciano - (Chieti) - il 6-7 maggio 2000)
Il titolo della mia relazione: "Le istituzioni scolastiche e il progetto di integrazione delle diversità", all'interno del convegno su "Handicap, scuola e territorio: un patto possibile per una integrazione reale", denuncia l'insoddisfazione circa il fatto che è stato realizzato, del soggetto in condizioni di disagio, solo l'inserimento puro e semplice, e non già l'integrazione. Se troviamo il coraggio di non mentire, ci rendiamo conto che l'obiettivo, ambito già nella metà dell' Ottocento, è ancora da raggiungere. Sì! Il ritorno all'onestà ci obbliga ad uscire dall'obnebulazione del passato e impedisce di glorificarci per intenti celebrati come nuovi ma in realtà vecchissimi. Il desiderio di integrare nella scuola tutti i bambini non è per niente nuovo se, nel 1860, si poteva leggere in Ageno che: "La scuola è fatta per la generalità e deve badare specialmente e con particolare cura ai tardi, presentando loro la materia e gli esercizi in modo più semplice e facilmente assimilabile". Vecchio è anche l'utilizzo di modalità diagnostiche finalizzate alla conoscenza dello scolaro e ad adeguati provvedimenti in suo favore. Già nel 1900 in molti Comuni italiani venne istituita la Diagnosi, i cui risultati erano trascritti in quella che venne definita la Carta Biografica, nata per ovviare, si diceva: "all'allontanamento puro e semplice dalla scuola dei refrattari al regime scolastico", o per impedire "l'abbandono nella scuola dei soggetti che vanno a costituire l'intera zavorra". Quanti immeritati applausi, nel 1992 (dopo ben 90 anni), sono stati indirizzati alla Legge quadro sulla "diagnosi funzionale"! Troppi, nel nostro Paese, ignorano il passato pedagogico italiano, e pensano di brillare di luce propria; "esperti" che, evidentemente, sono solo capaci di acclamare come nuove, idee e progettazioni vecchie. Ancora, prendiamo atto che per la scuola e gli insegnanti il secolo trascorso porta, sotto certi aspetti, segno negativo: infatti all'epoca della Carta Biografica la diagnosi veniva richiesta ed effettuata in gran parte dal maestro - ciò che non accade più oggi - al quale era riconosciuta una grande capacità professionale e, al tempo stesso, un ruolo assai significativo, adatto all'adempimento dell'insegnamento così come allo scambio dialettico con i genitori.
Quel ruolo era così importante che permetteva al maestro di reperire le notizie anamnestiche e ogni caratteristica dello scolaro, a cominciare dall'analisi dell'espressività fisiognomica, fino alla disponibilità in attenzione, all'abilità mnestica, alle capacità espressivo-gestuali ed elocutorie, ad ogni insufficienza, impaccio o inadeguatezza negli apprendimenti, nonchè ad ogni aspetto dell'autonomia e coscienza di sé. L'analisi storica quindi evidenzia che già cento anni or sono la scuola si era posta come obiettivi: un attento percorso diagnostico, l'integrazione di tutti i soggetti e la salvaguardia del ruolo dell'insegnante. Tre aspetti tutti molto importanti e significativi, compreso quello della funzione dell'insegnante, oggi invilita, e che è ora di recuperare se vogliamo muovere seriamente verso l'"integrazione"; una professionalità che deve tornare ad esprimersi in una scuola con infrastrutture adeguate alle tecniche e metodologie indispensabili per garantire alla persona-scolaro l'aiuto necessario alla riconquista di abilità necessarie a realizzare scambi favorevoli per accettare ed essere accettati. Uno scolaro che dovrà essere conosciuto non per mezzo di sbrigative nosografie classificatorie (dislessico, trisomico, eccetera), né con l'apostrofe degli insegnanti (pigro, cialtrone, eccetera), ma attraverso abilità diagnostiche proprie della pedagogia clinica, che si basano sull' apprendere dall'altro.
 
 
 
 
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